Quando i libri stampati avevano un valore

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L’invenzione della stampa a caratteri mobili ebbe il grande merito di diffondere i testi in maniera esponenziale. A differenza dei manoscritti che dovevano essere copiati – operazione che richiedeva tempi lunghissimi (si parla di anni), persone competenti (perlopiù monaci) e costi proibitivi – la stampa consentì di realizzare in tempi relativamente brevi, tirature piuttosto elevate: si pensi proprio alla Bibbia, il primo libro stampato, di sicuro il più famoso, nota anche come “42 linee”, che Gutenberg riuscì a stampare in 180 copie, delle quali 150 su carta e 30 su pergamena.

Cionondimeno i costi per la stampa di un libro erano molto alti, in quanto la carta, almeno fino alla metà dell’Ottocento, quando i tipografi poterono impiegare la cellulosa, era un materiale molto prezioso. Era infatti prodotta con gli stracci, il cui reperimento era molto costoso, oltre al trattamento che bisognava effettuare per ottenere il risultato finale, ovvero i fogli di carta vergellata. Non solo. Il tipografo stampava i fascicoli, mentre altro discorso era la legatura con la coperta, che se realizzata in pergamena richiedeva un ulteriore sforzo economico.

Tutto ciò per dire che il libro, risultato finale, era un bene prezioso, non soltanto per il sapere in esso contenuto, ma anche quale oggetto-contenitore. Nelle biblioteche i libri più preziosi, in particolare i manoscritti, erano assicurati con delle catene, mentre i privati spesso scrivevano sulle pagine bianche anatemi contro i ladri. Usanza diffusa, soprattutto fra i collezionisti, era quella di inserire un ex libris, letteralmente dal latino “dai libri”, ovvero facente parte dei libri di…

Il libro che state osservando è una piccola opera devozionale secentesca, pubblicato a Roma da Komarek nel 1745, dal titolo Il Pastore della Notte Buona di Giovanni De Palafox, Vescovo di Osma.

Opera ristampata più volte e dunque abbastanza diffusa. La copia in questione presenta una curiosità: nel foglio di guardia che precede il frontespizio, una nota di possesso manoscritta da parte del proprietario, recita:

Questo LIBRO e di carta – questa carta e di strosso – questo strosso e di Lino – questo Lino e di tera – questa tera e Dio – questo Libro Mio (segue firma)

Filastrocca a parte, il proprietario del libro ci dice che esso è fatto di carta di stracci (“strosso”), in particolare di lino. Sicuramente doveva essere una persona facoltosa: nonostante si tratti di un volume di piccolo formato, aveva un prezzo non accessibile a tutti, cui si deve aggiungere il costo della legatura in pergamena.

Facendo le dovute proporzioni, oggi un libro tascabile si può acquistare per pochi euro. Ma la maggior parte delle persone non compra, perché non legge. Tanto, poi si va sul web e si impara tutto!

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  1. Mario Stefano Cirio

    Sempre molto interessante come tutti i suoi scritti.

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