Sul nuovo numero di CHARTA, il mio articolo su patriottismo ed emigrazione

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Italiani, popolo di emigranti.

Una realtà che molti politici nostrani non conoscono (o semplicemente, fanno finta di non conoscere) o hanno dimenticato (o fanno finta di aver dimenticato). Eppure, c’è stato un periodo della nostra storia in cui gli emigranti eravano gli italiani: stipati a bordo di navi che li trasportavano nelle Americhe, dove avrebbero cercato fortuna. Alcuni non raggiunsero mai quelle terre, lasciando la vita durante il lunghissimo ed estenuante viaggio in mare; altri vi riuscirono, grazie alla loro tenacia e al santo protettore, il cui santino avevano attaccato con cura sulla valigia di cartone.

Quest’ultimi, in particolare, non si dimenticarono mai del loro paese d’origine, continuando a mantenere vive le tradizioni e la devozione ai “santi paesani”. Alcuni hanno fatto erigere delle cappelle, altri hanno commissionato copie esatte delle statue, e naturalmente, hanno fatto stampare immaginette che le riproducono.

Ma accanto a questa devozione religiosa al Santo Patrono, convive una devozione laica: chi ha fatto fortuna ha spesso aiutato parenti e amici rimasti al Paese, inviando loro materiale di prima necessità, e anche soldi: i famosi “petrodollari”, che potevano essere scambiati ovunque.

Ci fu un periodo – negli anni 1935-36 – però, in cui non era consentito inviare soldi o beni ai connazionali, a causa delle sanzioni economiche deliberate contro il regime fascista dalla Società delle Nazioni (antesignana dell’odierna ONU). Fu così che gli italiani d’America s’inventarono un sistema, per contribuire alla Patria. Quando il regime fascista chiese agli italiani di donare le proprie fedi, per costruire armi, i nostri emigrati, per aggirare il divieto, inviarono delle cartoline di rame, le quali sarebbero state fuse per costruire materiale bellico.

Non vi anticipo altro. L’articolo lo trovate sul numero 167 di gennaio-febbraio 2020, di CHARTA, la pregevole rivista di antiquariato e collezionismo.

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