Una “strana” foto di gruppo

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La tipologia di cui sto per trattare  ha poco a che fare con le immaginette religiose e moltissimo con le fotografie. Eppure, come si vedrà, sono diversi i punti di contatto.

A partire dalla sua invenzione, molti editori utilizzarono questa tecnica per la produzione dei santini: pensiamo alle prime foto applicate su cartoncino fino agli inconfondibili santini al bromuro d’argento degli anni Venti e Trenta del secolo scorso.

Tuttavia, le fotografie post-mortem si distinguono dalle immaginette, per ovvie ragioni, prima fra tutte il fatto che non raffigurano alcun soggetto religioso.

Ma c’è un altro chiarimento da fare in proposito: queste foto, non sono assimilabili neppure ai memento mori. Insomma, dovendo cercare una categoria, potremmo classificarle come “extra“.

Che cosa furono allora le fotografie post-mortem?

Come ho spiegato molto chiaramente nel mio volume Memento mori (editoriale Progetto2000, Cosenza, 2013), esse ebbero la loro diffusione a partire dalla seconda metà dell’Ottocento, periodo in cui la fotografia si diffuse anche fra le classi sociali più umili. Tutti avevano la possibilità di avere un ritratto proprio o di un familiare.

Molto utilizzate nel Regno Unito, in epoca vittoriana, generalmente ritraevano soltanto il soggetto in questione, ma sono molte le fotografie nelle quali altri familiari sono in posa assieme al caro estinto. In seguito, come accennato, l’uso riguardò tutta Europa e oltre, Italia compresa: gli ultimi scatti di questo tipo risultano fatti a metà del Novecento.

Mi viene da sorridere se penso ai tanti amanti dei selfie che oggi si ritraggono praticamente in migliaia di situazioni diverse. Mi chiedo chi, domani, avrà il tempo di guardare tutte queste fotografie digitali, ammesso che saranno risparmiate dal tempo. Oggi, abbiamo la fortuna di osservare foto che sono state scattate oltre un secolo fa, riusciremo a salvare foto digitali per altrettanto tempo? Lascio la risposta agli esperti.

Tornando invece  alle foto post-mortem, che potremmo tradurre con la poco elegante locuzione “foto con il morto”, ebbero uno scopo ben preciso: conservare una foto ricordo del de cuius.

È ovvio che ciò avveniva, come già detto, quasi sempre nei casi in cui i familiari non possedevano alcun ritratto fotografico (o dipinto) del proprio caro, mentre questi era in vita, o comunque non ne avevano di recenti.

La foto che potete osservare (pubblicata nel mio libro, sopra menzionato, alla pag. 143) ritrae un gruppo di familiari, con al centro il caro defunto.

Amanti dei selfie, dal click superveloce, riflettete!

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2 risposte

  1. Piero

    Io avevo uno zio acquisito Estone, che è poi vissuto e morto in Australia, e conservava gelosamente le fotografie dei propri cari defunti appena morti. Nei paesi dell’Est Europa la pratica mi risulta ancora diffusa, in alcune classi sociali. Al proposito, per approfondire ulteriormente, c’è un bell’articolo su Wikipedia in merito : https://it.wikipedia.org/wiki/Fotografie_post_mortem
    Complimenti a Biagio per toccare sempre argomenti desueti e interessantissimi.

  2. angela

    bravissimo Biagio come al solito siete chiaro e semplice a spiegare gli argomenti

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