Per amore di una donna scoprì l’elisir di lunga vita

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Collez. privata Rosina LLagaria Vidal
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Avete mai pensato a come sarebbe la vostra vita se foste destinati a vivere per sempre? Pensate: poter conoscere i figli dei figli dei figli dei figli…, o assistere a nuove scoperte che oggi non riusciamo neppure a immaginare lontanamente.

L’idea di scoprire l’elisir di lunga vita, ovvero una sostanza che – una volta assunta – avrebbe permesso di vivere in eterno risale a tempi remoti. Per gli alchimisti è stata addirittura uno dei principali scopi della loro ricerca. Ovviamente stiamo parlando di questa vita terrena, non di quella che – per chi crede – ci attende dopo la morte.

La mitologia racconta di personaggi che avrebbero fatto questa straordinaria scoperta – si pensi al mito di Enoch o al leggendario Ermete Trismegisto – ma essa è stata attribuita anche a uomini  vissuti realmente. Uno di essi è un personaggio molto particolare, un Terziario Francescano che la Chiesa ha proclamato Beato e che festeggia il 29 giugno. Il suo nome è Raimondo Lullo, nato a Palma di Maiorca nel 1235 da una ricca e nobile famiglia. Fu teologo, filosofo, letterato, poeta, esperto di mnemotecnica e alchimista. Un uomo di grandissima cultura, definito Doctor illuminatus per il suo sapere che divulgò attraverso saggi e scoperte. Si deve a lui la preparazione di alcune sostanze chimiche, ancora oggi molto utilizzate, come il mercurio dolce e il carbonato di potassio mediante tartaro e cenere di legno.

La leggenda – ebbene sì, si tratta ovviamente di una leggenda – vuole che avesse scoperto il tanto

Coll. priv. R. Llagaria Vidal
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agognato elisir di lunga vita.

Avvenne tutto per “colpa” di una donna, della quale il giovane Raimondo si innamorò a prima vista.

È domenica mattina a Palma di Maiorca, la gente si avvia verso la chiesa per la celebrazione della messa. Il nobile Raimondo Lullo, siniscalco di corte sta attraversando la piazza antistante in sella al suo cavallo. La sua tranquillità viene improvvisamente turbata dalla visione di una bellissima donna: la nobildonna Ambrosia di Castello. La segue dapprima con lo sguardo, poi non capisce più nulla e, senza pensare, sprona il cavallo ed entra in chiesa. Fra lo stupore generale, la vede di nuovo, seduta fra i banchi accanto a un uomo, suo marito. Ambrosia è una donna sposata.

Consapevole dello scandalo provocato ma, soprattutto, del fatto che il suo fosse un amore impossibile, decide di scrivere una lettera alla nobildonna, nella quale esprime i suoi sentimenti per lei e l’enorme sofferenza per non poterla amare liberamente. La dama risponde confermandogli che quel sentimento non poteva essere corrisposto, in quanto il suo cuore era impegnato da altri affetti: il marito e i figli. Chissà, forse vivendo a lungo, una volta liberi entrambi dagli affetti dei rispettivi cari, avrebbero potuto amarsi liberamente. Solo il leggendario elisir di lunga vita avrebbe potuto realizzare un sogno simile. Ma purtroppo non esisteva.

Trascorsero molti anni, durante i quali Raimondo si dedicò intensamente alla sua attività di alchimista.

Coll. priv. R. Llagaria Vidal
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Un giorno, Ambrosia, rimasta vedova e sola in casa, si vide arrivare dinanzi un vecchio, con la barba lunga e bianca, così come i pochi capelli rimasti. Anche lei era evidentemente anziana, tanto che l’uomo non la riconobbe subito, ma soltanto quando lei gli chiese cosa desiderasse. La sua voce era la stessa che il cavaliere ricordava.

L’uomo si gettò ai piedi della donna, prese dalla tasca un’ampolla e la offrì alla donna che ancora amava. Si trattava dell’elisir di lunga vita che lui aveva scoperto e già sperimentato. Erano infatti ben due mesi che non si nutriva più, eppure si sentiva forte come un leone. Bevendolo, anche lei avrebbe potuto vivere per sempre, realizzando così il loro sogno.

Inaspettatamente, Ambrosia rifiutò di bere la pozione. L’elisir le avrebbe donato l’immortalità, ma non sarebbe servito a farla tornare giovane. Si spogliò e gli mostrò il suo corpo, avvizzito dall’età e martoriato dal cancro. Che vita sarebbe stata quella? Piuttosto sarebbe stata una condanna a vivere per sempre in quello stato.

Raimondo – lui sì condannato a vivere per sempre – scaraventò l’ampolla a terra, disperdendo il prezioso liquido, lasciando così la donna libera di morire.

Trascorsero ancora alcuni mesi, finché Ambrosia – distrutta dalla malattia – morì. Accanto a lei, videro tutti un frate francescano che incessantemente  pregava per la sua anima. Quel frate era Raimondo Lullo.

Coll. priv. R. Llagaria Vidal
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