Il merletto è bello e delicato, ma è finto.

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Come gli amici filiconici sanno, le immaginette traforate a punzone – meglio conosciute come “santini di pizzo” o “immaginette merlettate” – ebbero la loro maggiore diffusione dagli anni 50 alla fine del XIX secolo. I maggiori produttori furono gli editori parigini, noti come sansulpiciani (dal nome del quartiere in cui sorge la cattedrale di Saint-Sulpice, attorno alla quale erano concentrate le loro botteghe). Tale tecnica prevedeva la traforatura meccanica della carta, che richiamava gli intagli manufatti conventuali del secolo precedente, i cosiddetti canivets.

Fra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, i canivets meccanici cominciarono gradualmente a scomparire dal mercato, lasciando il posto ad altre tipologie, di stile diverso e meno costose.

Non è il caso delle cromolitografie di “finto pizzo” che,  se è pur vero che costavano molto meno, è anche vero che erano uscite nel mercato già in precedenza, si può dire contemporaneamente a quelle “vere”.

Questa tipologia di immaginette imita perfettamente – ma solo nell’estetica – i canivets meccanici: al centro si può osservare l’immagine cromolitografica, circondata da una cornice di finto pizzo. Finto, perché stampato.

In Francia furono prodotte da alcuni editori, come Turgis e Dopter. Stranamente non mi pare di averne mai osservate con la firma di Bouasse-Lebel; mentre in Italia ebbero una discreta diffusione grazie al solito Bertarelli.

Dunque nulla di così particolare, se pensiamo che le prime imitazioni stampate di canivets risalgono addirittura agli inizi del Settecento, quindi in epoca coeva ai manufatti. Pensiamo a quelle prodotte da Martin Will di Augsburg.

Quelle che vedete qui nelle foto, sono cromolitografie italiane realizzate negli ultimi decenni del XIX secolo. Va detto che paradossalmente sono meno comuni rispetto a quelle di “pizzo vero”. Dunque, sono sicuramente da conservare.

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