Le Litanie Lauretane in pakfong firmate Banzo

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I collezionisti più attenti conoscono certamente il nome dei Banzo e la ricca produzione di immaginette religiose da essi firmata. Il capostipite Antonio (1777-1859) aprì la sua prima tipografia agli inizi dell’Ottocento. Dei suoi due figli, Luigi e Giuseppe, solo il primo – oltre all’attività di editore – seguì le orme del padre, diventando un abilissimo incisore.

L’opera più importante firmata da Luigi Banzo è la serie delle Litanie Lauretane incise in pakfong, pubblicata nel 1851, ovviamente a Roma. Un’opera molto rara, almeno se la si vuol reperire completa e, soprattutto, rilegata con le 52 incisioni che la compongono.

Qualcuno, meno esperto, si starà domandando cosa sia il pakfong.

Il pakfong, conosciuto anche con il nome di alpacca, è una particolare lega metallica, composta da rame, zinco e nichel. Proprio quest’ultimo metallo conferisce alla lega quel colore bianco, molto simile all’argento, tanto che in passato era anche conosciuto come argentone o argento tedesco.

Il nome pakfong è di origine cinese, dove fu realizzato per la prima volta, mentre si diffuse in Europa soltanto a cominciare dalla fine del Settecento e in Italia, probabilmente, nei primi decenni dell’Ottocento, come dimostra proprio Luigi Banzo che sul frontespizio della serie e a margine di alcune singole incisioni della stessa utilizza ancora il termine originario, evidentemente presentandolo come una novità straordinaria.

Ma torniamo alla serie. Composta da 52 incisioni, più il frontespizio, raffigura le Litanie Lauretane, con le invocazioni all’epoca approvate dalla Chiesa. C’è un particolare molto interessante a proposito: in realtà la serie sarebbe dovuta essere composta da 51 incisioni, così come pubblicizzava un catalogo pubblicato qualche mese prima dallo stesso editore romano.

L’incisione n. 52 fu evidentemente inserita all’ultimo momento ed è rappresentata dall’invocazione Regina sine labe originali concepta, ovvero l’Immacolata Concezione, aggiunta ufficialmente alle Litanie nel 1854 dal Pontefice Pio IX, che ne proclamò il dogma nello stesso anno. Segno questo che dimostra, come ho avuto modo di sottolineare più volte, che il culto dell’Immacolata Concezione, e la sua iconografia, erano già fortemente diffusi molto tempo prima della proclamazione del dogma.

C’è ancora un altro particolare da chiarire: le invocazioni, inclusa quella appena menzionata, a metà Ottocento sarebbero dovute essere complessivamente cinquantasette. Dunque i conti non tornano. Se però osserviamo attentamente le prime incisioni, dedicate alle invocazioni introduttive e quelle finali, ci rendiamo conto che le prime due incisioni si riferiscono, la prima, alle invocazioni “Kyrie, eleison – Christe, eleison – Kyrie, eleison”; la seconda alle successive “Christe, audi nos – Christe, exaudi nos”; le ultime tre invocazioni, peraltro identiche, sono rappresentate da una sola incisione “Agnus Dei, qui tollis peccata mundi”.

Dal punto di vista tecnico, le incisioni misurano cm 9 x 13 all’impronta, il tratto è molto pulito e ben definito. Quanto alla struttura figurativa è quella tipica, già vista in molte altre raffigurazioni.

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