I santini della Crocifissione

Il tema della Crocifissione entra tardi nell’iconografia perché l’arte sacra delle origini fu prevalentemente aniconica. Per “arte aniconica” (dal greco Εικόνα=immagine, preceduto dalla preposizione negativa, alfa privativo) s’intende una forma espressiva non figurativa.

La Crocifissione, anche se non era esplicitamente raffigurata veniva “camuffata”, quasi celata dietro simboli conosciuti soltanto dagli iniziati. I cristiani si servivano di essi, non potendo confessare apertamente la loro fede e li dipingevano sulle pareti delle catacombe o li incidevano sulle lastre di marmo con le quali sigillavano le loro tombe.

Nei primi secoli la croce, incisa nel tufo o tracciata con il colore, si trova raramente ed è meno frequente del pesce o dell’ancora. Talvolta nelle catacombe è possibile intravedere la cosiddetta “crux dissimulata“, ottenuta inserendo la lettera “tau” maiuscola (T), al centro del nome del defunto.

E’ il 692 quando, durante il Concilio di Trullano, i Padri della Chiesa, si schierano contro la rappresentazione simbolica del Cristo e sottolineano l’esigenza di una sua rappresentazione più realistica, probabilmente per sfuggire al monofisismo (dal greco monos, «unico», e phyfis, «natura»), dottrina eretica che, affermatasi nel V secolo, negava la natura umana di Gesù, riconoscendogli solo quella divina.

Durante l’alto Medioevo, la croce gnostica si trasformerà in croce cristiana e, dapprima semplice e nuda, si ergerà sullo sfondo di un cielo ora luminoso, ora scuro e, per proiettarci in quell’inquietante mistero cosmico attirerà l’attenzione su di sé -paradosso- che, da strumento infamante di morte e di tortura, assurgerà a simbolo di salvezza e di liberazione.

Gesù rappresentato nella sua morte corporale, rende visibile agli occhi di chi osserva i santini l’amore di Dio, che arriva all’estremo atto di sacrificare il Figlio per la salvezza dell’umanità.

L’Imago crucis è come se volesse offrirci un punto di partenza per una (forse) im/possibile, probabile… ascensione spirituale. Rappresentazione tragica e maestosa che si è fatta e si fa ancora, muta portavoce di quel mysterium (ricco di simboli biblici e patristici) che cerca d’intuire e di svelare alla luce della parola dei Vangeli dalla quale ha preso origine.

L’iconografia del martirio ha subito nel tempo una consistente trasformazione stilistica e formale, assumendo specifiche connotazioni in relazione alla cultura che ha accolto il cristianesimo in tempi storici differenti. In quei paesi nei quali la diffusione della fede in Cristo è avvenuta grazie ai missionari o in seguito a guerre di conquista, essa presenta elementi d’originalità che affondano le radici in precedenti culture, pur nel ripetersi d’elementi caratteristici comuni.

Fino al XII secolo si diffonde l’immagine del Christus Triumphans (Trionfante). Egli appare come librato sul legno della Croce, i suoi occhi sono spalancati e dal suo sguardo fisso non sembrano trapelare segni d’umana sofferenza, come se si volesse anticipare la vittoria della vita sulla morte.

Accanto a quest’iconografia d’origine bizantina si sviluppa l’immagine del Christus Patiens (Sofferente) rappresentato in tutta la sua condizione umana del patire.

Questa trasformazione iconografica si verifica per influsso degli Ordini dei Mendicanti e si afferma e si diffonde con rapidità, grazie alla nuova spiritualità del dolore elaborata dai Francescani, che avevano capito quanto l’arte – che i santini riprendono – potesse servire per il loro apostolato.

Si potrebbe affermare che la divinità di Gesù ora è in ombra e, per fare in modo che risalti la sua umanità, si mette in atto quasi un monofisismo all’incontrario.

Infondendo all’immagine un valore salvifico e quasi catartico, si arriva ad una nuova concezione dell’immagine sacra che da culturale sembra diventare sempre più narrativo-devozionale, “frutto” di un discorso figurativo che si amplifica e si diversifica per dare sempre più visione al racconto evangelico.

Spesso, su uno sfondo senza paesaggio (o tagliato a metà dalle mura di Gerusalemme) si staglia e s’impone allo sguardo, solitaria, la figura di Gesù in Croce. I colori sono lividi e il cielo è percorso da bagliori di luce che rendono ancora più drammatica la visione di queste rappresentazioni.

Gesù in alcuni santini non ha sul capo la corona di spine (motivo che divenne ricorrente dopo che Luigi IX, re di Francia, tornò dalla Terra Santa con questa reliquia) ma porta il nimbo crociato.

Elementi della crocifissione nelle immaginette che riprendono motivi medievali, sono il sole e la luna. Come testimoni cosmici essi partecipano all’evento esprimendo la portata universale dell’opera di salvezza compiuta da Gesù sulla croce. Segni della duplice natura del Cristo, essi sono la matrice usata per visualizzare il rapporto tra la divinità e l’umanità, come se il macrocosmo avesse scelto per rispecchiarsi il microcosmo dell’esperienza umana.

Spesso, nei santini, è presente Giovanni, apostolo prediletto, che si fa da mediatore fra Maria e Gesù: efficace raffigurazione scenica che unendo il mistero della passione al significato escatologico del sacrificio, sembra trarre forza espressiva dal muto colloquio di queste tre figure che legano la visione in un unicum.

A volte la Vergine è raffigurata prostata ai piedi della croce, con le mani protese verso il Figlio morente e per un comprensibile umano rifiuto di fronte a quello strazio, i suoi occhi sono rivolti a terra. Altre volte lo sguardo la percepisce immobile, avvolta in un ampio mantello blu, con le mani giunte, come impietrita dall’angoscia.

Maria Maddalena simbolo dell’umanità peccatrice, segna con la sua presenza il culmine del pathos.

Ella è spesso abbracciata alla croce, con i capelli sciolti o con un vaso d’unguento nelle mani, essendo stata colei che unse i piedi a Gesù.

Dal costato trafitto del Cristo sgorga lo zampillo di sangue ed acqua che secondo l’antica interpretazione è il simbolo dell’Eucarestia e del Battesimo. Il sangue viene raccolto da calici tenuti da angeli oppure scende sul corpo agonizzante del Trafitto o sul legno della Croce che si tinge di rosso.

I santini della Crocifissione trovano il loro momento teologico più alto nella rappresentazione della Trinità. Padre, Figlio e Spirito Santo (colomba) sono uniti nel dolore… il Figlio che pende dalla Croce fra le braccia del Padre, nella totale obbedienza di portare a termine il disegno divino che lo vede protagonista e vittima consapevole.

Il Golgota (dal greco kranion: testa, cranio; da latino Calva, calvaria) fa da sfondo alla Crocifissione di Gesù. Non un monte ma un piccolo rialzo del terreno dove secondo la leggenda fu seppellito Adamo. L’iconografia cattolica, facendo da eco a quest’interpretazione adamitica del Calvario mette spesso ai piedi della croce un teschio con due tibie.

Alla fine, come in un ultimo atto “figurativo” sembra di udire la voce di Gesù Cristo che esclama: “Tutto è compiuto!”. L’inquadratura si restringe sul suo volto… nell’attimo stesso in cui spira.

La Crocifissione sembra essere la sintesi visiva della sofferenza di tutti i secoli trascorsi e futuri.

Se per il credente il mondo stesso è stato crocifisso in Cristo, anche il non credente, difficilmente, si può sottrarre al senso di cruda realtà che dalla crocifissione promana.

Un evento del quale l’arte in miniatura dei santini se ne ha assunto il dolore traducendolo nei segni del colore; lo ha concentrato, diluito, illuminato, quasi “immagazzinato” per farcelo contemplare e per restituircelo particolare su particolare, centellinato, in maniera da renderlo sopportabile.

Lo riflette per cercare di redimerlo, senza per questo avere la velleità di nasconderlo o di abolirlo perché… è parte della vita.

Per un artista moderno, spesso dominato da una cultura profana e dissacrante esprimere oggi il sacro senza cadere in ambiguità mistificanti, non è facile.

L’amore di Dio verso gli uomini se da un lato va oltre lo scrivibile, dall’altro sembra sfuggire anche al rappresentabile.

Nei santini che hanno per tematica la Crocifissione e che abbiamo cercato di “leggere” entrando nella loro viva spiritualità religiosa ed ancor più artistica, tuttavia, c’è sembrato per un attimo, che lo spazio dell’uomo si sia incontrato, congiunto e mescolato quasi a quello divino, come se si fosse riusciti a restituire al sacro l’umano, cercando di fare dell’umano l’epifania del sacro.

Illusione? Forse! Ma… non c’è nulla di più vero di ciò in cui si crede o si vuol credere.

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5 risposte

  1. Vibrante di pathos. Bellissimo. Complimenti e auguri per una felice Pasqua.

  2. Bellissima descrizione.Auguri a tutti.

  3. Complimenti, veramente bello è toccante.Cristo è risorto.Alleluia.Egli con la sua crocifissione ha cancellato ogni peccato.Che la sua luce illumini la nostra vita. Auguri a tutti.

  4. angela.rotundo55@gmail.com

    Grazie Carmen come al solito ci lasciate stupiti dalla profondità con cui trattate gli argomenti. molto bello

  5. Bellissimo e commovente saggio

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